Rischio sismico e vulcanico
L’involucro più superficiale e rigido della Terra,
la litosfera, di spessore medio variabile tra 65 km negli oceani e
130 km circa nelle aree continentali, è suddiviso in
porzioni, le cosiddette placche, che “galleggiano”
sulla sottostante astenosfera, dal comportamento visco-plastico,
assimilabile a quello di un magma. Questo magma, in virtù di
moti convettivi, induce lungo i bordi delle sovrastanti placche
continui movimenti differenziali. Questi moti tra le placche hanno
determinato nel corso delle Ere geologiche la nascita e
l'evoluzione degli oceani, la crescita delle catene montuose, la
formazione dei continenti o la loro disgregazione.
I moti relativi tra le placche generano enormi tensioni nelle
rocce, che in risposta tendono a deformarsi. In particolare, la
parte più superficiale e fredda della litosfera (crosta
superiore, spessa mediamente 15-20 km in Italia) è
caratterizzata da un comportamento di tipo fragile, per cui tende a
fratturarsi in blocchi che scorrono reciprocamente lungo piani di
taglio (faglie), quando viene superato il limite elastico.
Fratturazioni e scorrimenti non avvengono in modo continuo, ma a
scatti, quando vengono raggiunti i limiti di resistenza della
roccia. In questi scatti parte dell’energia accumulata viene
liberata sotto forma di vibrazioni (onde sismiche), che si
propagano anche a grandi distanze, determinando in
prossimità della superficie terrestre uno scuotimento noto
come terremoto.
La sottostante porzione di crosta ha invece un comportamento
essenzialmente duttile, e reagisce pertanto alle stesse tensioni in
maniera plastica.
Il magma dell’astenosfera riesce talvolta a risalire
attraverso le fratture presenti nella litosfera giungendo fino alla
superficie, dove alimenta l’attività vulcanica,
più o meno esplosiva in funzione essenzialmente del chimismo
del magma.
In vaste aree del territorio italiano la sismicità, in
aree più ristrette il vulcanismo, costituiscono due
importanti sorgenti di pericolosità naturale che, associate
all’elevata vulnerabilità del territorio, dovuta alla
massiccia presenza di insediamenti umani e delle relative
infrastrutture, determinano un elevato livello di rischio.
Gli eventi sismici di magnitudo anche molto elevata di cui si ha
riscontro in epoca storica o in tempi geologicamente recenti sono
numerosissimi. Sono questi, ovvero le faglie che li hanno generati,
a destare la maggiore preoccupazione, dal momento che la
probabilità che le stesse strutture tettoniche possano
riattivarsi è elevata. Le metodologie di indagine per mezzo
delle quali è possibile risalire agli eventi recenti sono
molteplici. Le notizie storiche raccolte, come le testimonianze dei
testi classici e le più recenti cronache, hanno permesso di
catalogare un grande numero di terremoti di intensità tale
da essere stati avvertiti e da aver determinato danni ai manufatti
e perdite di vite umane, tali da essere stati annotati dagli autori
del tempo. Talvolta la meticolosa descrizione degli eventi, dei
luoghi e dei danni da parte degli estensori ha permesso di risalire
agli epicentri e determinare il grado di intensità. Gli
studi geologici, geomorfologici e paleosismologici delle
lacerazioni del terreno indotte in superficie e nel sottosuolo da
terremoti recenti permettono, attraverso l’analisi dei
rigetti e dei terreni contrapposti, dei rapporti con superfici di
erosione, corpi sedimentari ed altri elementi strutturali che
dissecano o suturano le faglie stesse, di attribuire loro
un’età relativa ed in qualche caso di associarle ad un
evento sismico noto. Le rilevazioni strumentali consentono infine
di monitorare costantemente il territorio.
I cataloghi storici disponibili per la regione Italiana, compilati
sintetizzando tutte le notizie relative ad eventi sismici
dall’epoca Romana ad oggi, suggeriscono che effetti dannosi
di terremoti possono avvenire in gran parte del nostro territorio.
Allo stato attuale delle conoscenze, le regioni a maggiore
pericolosità si individuano nelle Alpi Orientali, lungo
tutta la catena appenninica, la Calabria e la Sicilia
orientale.
Terremoti recentissimi come quello dell’Irpinia del 1980,
caratterizzato da un’elevata magnitudo, hanno evidenziato la
non conformità di gran parte delle costruzioni italiane ai
criteri antisismici solo recentemente introdotti nella nostra
legislazione. Proprio per tale motivo, sismi anche modesti per
magnitudo possono comunque provocare danni considerevoli e perdita
di vite umane, come purtroppo tragicamente confermato dal terremoto
del Molise del 2002.
Strumento indispensabile per la corretta definizione del livello di
pericolosità sismica è la sistematica investigazione
e catalogazione degli “elementi” generanti i terremoti,
ed in particolare delle faglie attive, che deve servire di base per
la verifica degli edifici già costruiti e per la
pianificazione territoriale.
Non meno importante è il rischio associato alle eruzioni
vulcaniche, concentrato però in un'area sensibilmente
più ristretta rispetto a quella sottoposta al rischio
sismico. Sono infatti considerati attivi, allo stato delle
conoscenze, solamente l’area costiera della Campania, con i
complessi vulcanici dei Campi Flegrei, Ischia e Somma-Vesuvio,
l’Etna e le isole Eolie.
Associati al rischio vulcanico sono numerosi fenomeni tra cui:
- colate di lava e piroclastiche;
- ricaduta di proietti vulcanici di varie dimensioni;
- emissione di gas;
- colate di fango;
- terremoti e maremoti (vedi ad esempio quello avvenuto nel corso
dell’eruzione dello Stromboli del 2002, probabilmente
collegato ad una frana sottomarina da un fianco del vulcano).
Il rischio vulcanico
è elevato, nelle suddette aree, principalmente per la
concentrazione e l’estensione dell’urbanizzazione
a ridosso degli apparati vulcanici attivi. Particolarmente
allarmante è il caso del Vesuvio, apparentemente
quiescente dal 1944, e dei Campi Flegrei in cui, in caso di
necessità, è evidente la difficoltà di
utilizzare efficacemente la “macchina” dei
soccorsi e procedere all’evacuazione delle centinaia di
migliaia di persone individuate come sottoposte a rischio
elevato.
Le eruzioni dell’Etna e dell’isola vulcanica di
Stromboli del 2002, fortunatamente senza gravi conseguenze, sono il
più recente esempio di come l’evento vulcanico, per
quanto più facilmente prevedibile e modellabile rispetto al
terremoto, rimanga comunque una sorgente significativa di rischio e
conservi margini significativi di incertezza rispetto
all’evoluzione dei fenomeni. In conseguenza di ciò,
insieme a studi sempre più approfonditi, assume carattere
prioritario nel medio e lungo termine un energico intervento di
pianificazione territoriale per ripristinare un corretto assetto
urbanistico.