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Rischio industriale

Ultimo aggiornamento: 02/07/2004

Comunicazione del rischio

In termini generali, possiamo intendere la “comunicazione del rischio” come l’insieme dei processi di scambio di informazioni, relative a tecnologie, fenomeni, eventi con possibili effetti dannosi sulla salute e/o sull’ambiente, tra i soggetti potenzialmente interessati. Tale definizione è tutt’altro che scontata. Essa presuppone, infatti, il superamento di approcci tradizionali che la intendevano come un passaggio unilineare e unidirezionale dagli “esperti” al “pubblico”, per affermare l’esigenza di una comunicazione a più vie, per sviluppare forme di relazione fra gli attori improntate al dialogo e contenuti informativi che tengano conto della molteplicità delle prospettive nell’analisi e nella gestione dei rischi.
Dal momento che non si tratta quindi solo di “informazione” che viene veicolata, bensì di condivisione di informazioni, di opinioni, di timori, ecc., in una “leale” interazione, centrale diviene il tema del “riconoscimento” e della fiducia tra i diversi attori coinvolti nei processi di comunicazione. Ciò riguarda in primo luogo le istituzioni, che hanno bisogno urgente di confermare e accrescere la loro credibilità, ma anche i media, dalla carta stampata alla televisione, dal livello locale a quello nazionale. I media assumono un ruolo di crescente rilievo, in virtù delle loro capacità di determinare l'”agenda" dell'attenzione collettiva e di rappresentare immagini della realtà con grandi potenzialità diffusive.

Direttive Seveso, informazione e comunicazione
Il tema della comunicazione del rischio trova i più solidi riscontri normativi proprio nel campo del rischio industriale. Le direttive comunitarie “Seveso” ( 1982, 1996 e 2003), stabiliscono che le popolazioni esposte siano informate sui rischi, sulle misure adottate per minimizzarli e sulla condotta da tenere nel caso si verifichi un incidente, e tali obblighi sono recepiti nell’ordinamento italiano.
Una informazione efficace è sicuramente rilevante ai fini della prevenzione, favorita quest’ultima dalla trasparenza e dalla consapevolezza diffusa dei rischi, e ai fini della gestione di eventuali  emergenze. In questo senso essa contribuisce allo sviluppo di una vera e propria “cultura del rischio”, rivestendo inoltre un notevole ruolo operativo nel promuovere, in particolari situazioni di pericolo, comportamenti adeguati.
Peraltro, nella progettazione e nell’attuazione delle politiche informative, ci è dato cogliere la complessità dell’oggetto “rischio”, che non è esaurita dalla sola complessità tecnica, ma risente in modo cruciale di quei fattori che, oltre a strutturarne la percezione sociale, condizionano il reale svolgimento dei processi comunicativi, tutt’altro che lineari e univoci, bensì anch’essi complessi, multidirezionali e complicati dalle reti sociali di appartenenza: nel processo di comunicazione del rischio si deve tener conto che ogni aggregato sociale coinvolto è portatore di diversi valori, conoscenze, bisogni, interessi, aspettative che devono essere noti a chi voglia dare informazione in modo mirato.
L’esigenza di tener conto della diversificazione dei pubblici potenzialmente destinatari della comunicazione non esime, però, dal considerare prioritaria la necessità di una informazione trasparente, scientificamente attendibile, che abbia come sua essenziale finalità quella di promuovere una condivisione di significati, un comune approccio nell’interpretazione di fenomeni complessi, premesse indispensabili, queste, ad una auspicabile maggiore partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.  

Analisi quantitativa e dimensioni sociali del rischio
Secondo la visione “classica” degli analisti quantitativi, il rischio è definito dal prodotto della probabilità di occorrenza di un evento dannoso per le sue conseguenze.
Ma quanto questa analisi basata esclusivamente su un calcolo razionale può essere considerata esaustiva e rispettosa dei complessi fattori in gioco?
Per dare una risposta è necessario, in primo luogo, riflettere sugli aspetti problematici impliciti nella stessa caratterizzazione del sistema tecnologico, definibile come fonte di rischio.
Una tecnologia - in questo contesto ci riferiamo soprattutto alle moderne tecnologie industriali, ad es. un impianto energetico, un'industria chimica, una raffineria - lungi dal poter essere rappresentata esclusivamente da una dimensione ingegneristica precisamente quantificabile, si connota anche come “organizzazione sociale” (in termini, ad es., di attivazione di forza-lavoro, di competenze specifiche, di una macchina direzionale e organizzativa) e, aspetto ancor più rilevante, assume nel suo impatto con il tessuto sociale una portata simbolica in grado di rafforzare o distruggere credenze, esprimere significati che rassicurano o che terrorizzano.
In secondo luogo, la pretesa calcolabilità di un rischio “oggettivo” si scontra con il fatto che, nelle valutazioni relative a sistemi complessi, quali grandi impianti petrolchimici, centrali nucleari, ecc., e ai loro impatti sull’ambiente e sulla salute, come affermano De Marchi, Pellizzoni e Ungaro (Il rischio ambientale, Bologna, 2001), è consueto il ricorso ad una assegnazione soggettiva di  probabilità, in assenza di serie storiche di dati su cui costruire fondate probabilità oggettive. “Nella valutazione entrano dunque elementi di conoscenza ed esperienza personale che spiegano differenti risultati e conseguenti controversie fra analisti. Alle discrepanze nell'analisi di rischio originate da scelte tecniche contrastanti si aggiungono, nella valutazione, considerazioni di tipo psicologico, culturale, sociale, etico e politico-amministrativo" (ivi, p.65).
Infine, a sottolineare la poliedricità del concetto di rischio, e a mostrarne anche le caratteristiche di costruzione sociale e culturale, si aggiunge la varietà delle percezioni/posizioni che emergono socialmente su determinate fonti di rischio, differenze tra diversi soggetti contemporaneamente e nello stesso soggetto in tempi diversi. Ha scritto Mary Douglas che “non tutti i rischi interessano alla gente: l’attenzione selettiva si concentra su pericoli specifici, trascurandone altri” (1991, p. 8), dal momento che la “percezione” di ciò che temiamo è mediata dai sistemi di credenze che condividiamo col gruppo di appartenenza, in breve dalla cultura.
Alla luce di queste brevissime considerazioni, l’analisi quantitativa, sebbene di fondamentale importanza per analizzare e ridurre le incertezze degli eventi, non esaurisce appieno la complessità della tematica del rischio, soprattutto in ordine alle problematiche comunicative ad essa connesse.
Sottolineare la presenza già nelle analisi degli esperti di elementi soggettivi di valutazione e il ruolo rivestito, già nella fase di caratterizzazione di un rischio, da soggetti portatori di differenti giudizi di valore, significa non solo evidenziare il carattere multidisciplinare di situazioni tecnologicamente complesse ma giungere a riconoscere quello inevitabilmente interattivo che ogni processo comunicativo sul rischio viene ad assumere.