La Radioattività
La materia è costituita da elementi atomici primari che
combinandosi e legandosi tra loro in diverso modo danno origine a
un’innumerevole varietà di sostanze e strutture sotto
forma di gas, liquidi e solidi.
Tali elementi hanno a loro volta una propria struttura interna che
ne determina le proprietà chimico-fisiche quali, ad esempio,
le modalità attraverso cui si combinano con altri elementi.
Sulla base del comportamento chimico è possibile stabilire
una classificazione razionale degli elementi. Nella Tabella
periodica gli elementi sono ordinati in gruppi che possiedono
caratteristiche simili dal punto di vista del comportamento
chimico. Una classica rappresentazione della struttura atomica
è visibile nella figura in alto. Vi si riconoscono tre
tipi di particelle disposte nello spazio in modo simile ad un
sistema planetario: nel nucleo centrale,
estremamente piccolo e compatto (il disegno è fuori scala
per chiarezza di rappresentazione), risiedono
neutroni (privi di carica elettrica) e
protoni (carica elettrica positiva). Esternamente
al nucleo orbitano come piccoli e leggerissimi satelliti gli
elettroni. Essi sono in numero eguale a quello dei
protoni, hanno carica elettrica negativa e, pertanto, da essi sono
attratti e rimangono legati su orbite più o meno distanti
dal nucleo. Le caratteristiche chimiche degli atomi sono
determinate dagli orbitali elettronici più esterni e quindi,
in ultima analisi, dal numero di protoni che costituiscono il
nucleo. Vi sono elementi con atomi che, a parità di numero
di protoni, possono avere nuclei con differenti numeri di neutroni.
Ad esempio il carbonio può avere un nucleo composto da 12
particelle, 6 protoni e 6 neutroni (simbolo chimico:
12C) oppure da 14 particelle, 6 protoni e 8 neutroni
(simbolo chimico: 14C). Nuclei diversi del medesimo
elemento chimico si dicono isotopi. Gli isotopi
possono essere presenti in natura o creati artificialmente
dall’uomo. Alcuni isotopi dei vari elementi naturali,
così come molti nuclei creati artificialmente, sono
instabili, ossia tendono spontaneamente a ridisporsi in strutture
nucleari energeticamente più favorevoli. In altre parole,
dopo un tempo, il cui valore medio può variare per ogni tipo
di isotopo dai milionesimi di secondo ai miliardi di anni, i nuclei
instabili si trasformano e assumono configurazioni diverse. La
radioattività consiste proprio in questo
processo di disintegrazione spontanea dei nuclei.
Durante tale processo vengono emessi frammenti nucleari, singole
particelle e radiazioni elettromagnetiche di elevata energia che,
nell’interazione con la materia o i tessuti organici, sono in
grado di provocare danni alle strutture molecolari e più in
generale provocano fenomeni di ionizzazione. Per tali ragioni i
prodotti emessi dai nuclei soggetti a decadimenti radioattivi sono
individuati col termine generale di “radiazioni
ionizzanti”. La parola radioattività prende
il nome dall’elemento naturale radio (226Ra),
scoperto dai coniugi Curie agli inizi del ventesimo secolo: esso
è un prodotto intermedio della catena di decadimenti
successivi che a partire dall’uranio (238U)
conduce fino all’isotopo stabile del piombo
(206Pb).
La radioattività si misura in decadimenti per
secondo e, in onore al fisico francese Henry Becquerel che
nel 1896 scoprì l’emissione spontanea di radiazioni da
parte dell’uranio, la sua unità di misura
è il Becquerel (Bq):
1 Bq = 1decadimento per secondo
Il
decadimento nucleare
La trasformazione di un nucleo, che in termini tecnici viene
definita “decadimento”, segue delle leggi
probabilistiche con tempi che variano moltissimo da elemento a
elemento. Questo significa che più tempo passa e maggiore
è la probabilità che il nucleo subisca il processo
spontaneo di trasformazione in un altro tipo di nucleo.
Ad esempio l’uranio-238 (92 protoni e 146 neutroni), uno
degli isotopi presenti da sempre nella crosta terrestre, ha un
nucleo instabile. Quando decade l'uranio–238 si trasforma in
un isotopo del torio, il 234Th, ed emette radiazione di
tipo alfa, cioè espelle un frammento composto da 4
particelle, 2 neutroni e 2 protoni legati tra loro. La presenza di
238U si dimezza ogni 4,47 miliardi di anni. Attualmente
l’uranio-238 residuo costituisce circa la metà della
quantità originariamente presente sulla terra, che ha
un’età stimata proprio intorno ai 4,5 miliardi di
anni.