Benvenuto nel sito ISPRA
-
ISPRA: Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
-

Sei in Home:


 

Biosfera e cambiamenti climatici

Ultimo aggiornamento: 25/03/2005

La stima del bilancio di carbonio nelle foreste italiane

Con il Protocollo di Kyoto divenuto operativo, l’Italia, che lo ha ratificato nel 2002, dovrà ridurre le proprie emissioni del 6,5% (una quota decisa nel corso di un consiglio dei ministri dell’ambiente dell’UE) rispetto a quelle del 1990. In quella data, le emissioni nazionali erano pari a circa 429 Mt di CO2equivalenti (Mt CO2 eq.). Ciò significa che, tra il 2008 e il 2012, l’Italia non potrà emettere più di 401 Mt CO2 eq. l’anno. Tenendo conto anche degli aumenti delle emissioni che si sono registrati dal 1990 a oggi e degli scenari futuri, l’impegno di riduzione sarà pari a 92,6 Mt CO2 eq. l’anno.
Le foreste del nostro paese, come quelle di molti paesi europei, possono contribuire a mitigare l’effetto serra e contribuire a raggiungere gli impegni nazionali di contenimento delle emissioni di gas clima-alteranti, per un duplice motivo:

  • essendo state sovra-utilizzate nel recente passato, si trovano oggi al di sotto della fase di equilibrio e, quindi, in un processo di espansione (bilancio positivo tra assorbimenti ed emissioni),
  • negli ultimi anni, in Italia come in molti paesi dell’UE, c’è stata una notevole espansione del volume delle nuove piantagioni forestali, grazie agli incentivi finanziari messi a disposizione dalla Commissione Europea (regolamento CEE/ 2080/92), con l’intento di ridurre le superfici agricole a produzioni eccedentarie e di aumentare il grado di ‘naturalità’ del territorio.

Il Protocollo di Kyoto (art. 3.3) consente ai Paesi di usare tutti i crediti generati dai progetti di afforestazione e riforestazione realizzati tra il 1° gennaio 1990 e il 31 dicembre 2007. Rientrerebbero, dunque, in questa categoria gli impianti realizzati tra il 1990 e il 2003 e quelli di arboricoltura da legno realizzati tra il 1994 e il 2000 in base al Regolamento 2080/92. Complessivamente sono stati realizzati 148.275 ha (ettari). Di queste piantagioni, gran parte sono state realizzate in aree di pianura (Figura 1).
Relativamente all’applicazione del Regolamento CEE/2080/92, sull’intero territorio nazionale, dal 1994 alla fine del 2000, sono stati realizzati 104.141 ettari di imboschimenti (Figura 2). Di questi, 101.092 ettari sono stati coperti con latifoglie, di cui il 22% con specie latifoglie a rapido accrescimento, il 78% con latifoglie ‘nobili’ (e soprattutto noce, ciliegio, frassino, querce). Minore attenzione è stata riservata, invece, alle resinose, di cui sono stati realizzati solo 3.049 ettari (3% del totale). L’imboschimento con specie a rapido accrescimento ha riscosso un interesse di carattere localizzato: al Nord e nelle aree di pianura. In Lombardia sono stati realizzati oltre 25 mila ettari di piantagioni.
Un modello di stima, denominato Carbon Stock Evaluation Method (CSEM), sviluppato dall’APAT e dall’Università di Padova (Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali), ha stimato la massa di carbonio fissato nei rimboschimenti effettuati dal 1990 al 2000, seguendo le piantagioni dall’inizio alla fine del loro turno presunto e ipotizzando che dopo l’utilizzazione tali superfici non vengano nuovamente imboschite.
I risultati indicano una fissazione complessiva cumulata, dal 1990 al 2040, di 10,10 milioni di tonnellate di carbonio (MtC), mentre il carbonio fissato nel Primo Periodo di Impegno (2008-2012) ammonterebbe a 0,86 MtC, con una media annua di 0,17 MtC.
Per valutare la capacità fissativa delle nuove piantagioni forestali dal 1°gennaio 1990 al 31 dicembre 2011, vale a dire fino alla fine del Primo Periodo di Impegno, il modello ha considerato tre possibili scenari. Un primo scenario, detto business as usual (BAU), stima che la fissazione nel periodo 2008-2012 ammonterebbe a 2,74 MtC, con una media annua di 0,55 MtC (Figura 3). Secondo le ipotesi delineate nello scenario dei nuovi Piani di Sviluppo Rurale, la fissazione di carbonio nei rimboschimenti effettuati dal 1990 ammonterebbe a 1,41 MtC (con una media annua di 0,28 MtC). Infine, secondo uno scenario che ipotizza politiche forestali più attive, la fissazione nel quinquennio 2008-12 raggiungerebbe 2,90 MtC (con una media annua di 0,58 MtC).
Altro aspetto rilevante è il fatto che, non essendo specificato il parametro relativo alla larghezza per la definizione di foresta, anche le piantagioni lineari, finalizzate alla produzione di biomasse e/o a finalità protettive e paesaggistiche, potranno essere incluse tra le attività di fissazione riconosciute dal Protocollo nell’ambito dell’art. 3.3 .
Infine, un ulteriore contributo potrà derivare dalle superfici agricole abbandonate o in conversione verso altre forme d’uso. In Italia, nel periodo 1990-2000, la superficie agricola utilizzata (SAU) è diminuita di 1,8 milioni di ettari (-12,2%). La riduzione percentuale della SAU ha riguardato in misura pressoché equivalente seminativi, prati, pascoli e coltivazioni permanenti, soprattutto in aree collinari e montane. Questo dato di abbandono delle superfici agricole segnala un fenomeno molto complesso, che ha spesso carattere di transitorietà e da un punto di vista ambientale può avere esiti anche di segno opposto. L’abbandono infatti può essere seguito da processi di ricolonizzazione da parte della vegetazione arborea, arbustiva o erbacea, come pure da processi di degrado dei suoli, legati alla perdita di sostanza organica o ai processi di erosione (devegetazione e desertificazione). Una puntuale quantificazione del fenomeno, con una ripartizione tra classi di altitudine, e un monitoraggio nel tempo consentirebbe di poter determinare il ruolo dei suoli agricoli nelle strategie nazionali di adempimento degli impegni di riduzione delle emissioni di gas-serra nell’ambito dell’Articolo 3.3 del Protocollo di Kyoto.
Anche le attività legate alla “gestione delle foreste” già esistenti al 1990 e maturate all’interno del Primo Periodo di Impegno, sempre che rispondano alle due condizioni di essere avvenute dal 1° gennaio 1990 e che siano direct human induced (prodotte dall’azione umana), possono essere utilizzate per generare crediti di carbonio.
Concretamente, nell’ambito dell’opzione “gestione delle foreste”, potranno essere usate tutte quelle forme di gestione che portino ad un aumento della biomassa legnosa e non legnosa (e quindi di carbonio), per esempio attraverso una riduzione del regime dei tagli o un regime di protezione totale, una conversione di un bosco da ceduo in alto fusto, un diradamento con effetti incrementali, una fertilizzazione, un programma di lotta alle avversità biotiche o abiotiche, etc.
A questo proposito va segnalato che, secondo lo studio dell’APAT e dell’Università di Padova, il contributo derivante dalla gestione dell’intero patrimonio forestale (escluse le formazioni realizzate dopo il 1990) è stimabile in circa 2,40 MtC l’anno nel Primo Periodo di Impegno (e di circa 1,10 MtC nel secondo periodo d’impegno) (Figura 4).
Per le formazioni lineari già esistenti al 1990, il problema è relativo alla possibilità di includerle all’interno dell’attività “gestione forestale” prevista come attività addizionale dall’articolo 3.4. In questo caso, un problema potrà essere rappresentato dalla disponibilità di dati e informazioni sulla entità di tali formazioni lineari. Va segnalato, tuttavia, che nel 1988 l’ISTAT ha svolto una Indagine sulla struttura e sulle produzioni delle aziende agricole, nella quale sono stati inseriti quesiti relativi ad “Ambiente e Territorio”, sulla base di un questionario predisposto dall’APAT e dal Servizio Agricoltura dell’ISTAT. Da questa indagine emerge che la presenza in Italia di filari si sviluppa su 118 mila chilometri.
La Lombardia è la regione con il maggior numero di filari in Italia (23.655 km), seguita dal Veneto (16.080 km), dalla Sardegna (12.312 km) e dal Piemonte (12.127 km). Su scala nazionale, la media è di 7,8 metri per ogni ettaro di SAU. La Lombardia è anche la regione con il più alto indice costruito tra i metri lineari di filari e la SAU (21,0 m/ha). A questa seguono il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. L'indice più basso è per la Puglia (0,6 m/ha).