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Biosfera e cambiamenti climatici

Ultimo aggiornamento: 09/06/2004

Progetti forestali nei paesi in via di sviluppo

progetto forestale

Nel dicembre 2003 si è svolta a Milano la COP9, la nona Conferenza dei Paesi aderenti all’United Nations Convention on Climate Change (UNFCCC), nel tentativo di trovare soluzioni al problema ambientale dei cambiamenti del clima e rendere finalmente operativo il Protocollo di Kyoto.
Da Kyoto a oggi, molti aspetti tecnici e metodologici necessari per rendere operative le decisioni sulle foreste nelle strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici sono stati oggetto di indagini scientifiche e di negoziazione.  Anche se molti nodi erano già stati sciolti, non si era ancora arrivati a conclusioni definitive in materia. 
La sessione di Milano ha risolto alcune importanti questioni rimaste aperte, tra cui:

  • le modalità di contabilizzazione negli inventari nazionali degli assorbimenti e, simmetricamente, anche delle emissioni legate alle attività riguardanti l'uso del suolo;
  • l’inclusione dei prodotti legnosi forestali nei bilanci nazionali relativi al secondo periodo d’impegno (2013-17).
  • la messa a punto di definizioni e regole per realizzare piantagioni forestali nei paesi in via di sviluppo;


Infatti a seguito della firma del Protocollo di Kyoto, moltissimi progetti forestali, per centinaia di migliaia di ettari, sia di afforestazione e riforestazione sia di protezione di foreste già esistenti, sono stati realizzati nei paesi industrializzati e non, con l’obiettivo di mitigare l’effetto serra (carbon forestry projects).  Spesso, lo sviluppo di tali progetti si è fondato su iniziative di carattere volontario e con la prospettiva di anticipare norme e guide che richiederanno ai produttori di gas di serra l’obbligo di realizzare investimenti compensativi.  In diversi casi gli interventi sono stati effettuati con fondi derivanti dalla carbon tax (tassa sul carbonio) imposta ai produttori nazionali d’energia.  Non di rado, gli investimenti realizzati sono stati motivati dal desiderio di alcune imprese di acquisire presso il pubblico un’immagine di azienda responsabile dei propri impatti ambientali e per acquisire un vantaggio competitivo (“environmentally friendly”).
Sulla questione della non-permanenza dei progetti di uso del suolo (LU-LUCF), la COP è arrivata a una conclusione, riconoscendo due tipi di crediti di carbonio: temporanei, quando si estinguono alla fine del periodo d’impegno che segue quello nel corso del quale sono stati emessi (in questo caso l’investitore può sostituirli con nuovi crediti temporanei dello stesso progetto); o di lunga scadenza, quando i crediti scadono alla fine del periodo di accreditamento del progetto (un investitore può sostituirli con un altro progetto di afforestazione o riforestazione, o alternativamente con crediti di lunga durata derivanti da un altro tipo di progetto, per esempio nel campo energetico).
Una preoccupazione riferita ai progetti forestali realizzati nell'ambito del Clean Development Mechanism (CDM) è legata al fatto che gli investitori siano incoraggiati a fare uso massiccio di specie a rapido accrescimento (pioppi, eucalipti, pini, ecc.) per massimizzare gli assorbimenti delle piantagioni a svantaggio di specie autoctone, con i rischi di perdita di biodiversità vegetale e animale; che si ricorra a materiale vivaistico clonale o a piante geneticamente modificate (PGM), perché più produttivo di quello proveniente da seme (che viceversa garantisce il mantenimento di diversità genetica).
C’è poi anche il rischio di uno spostamento delle comunità locali e di una compattazione e degradazione dei suoli per il massiccio uso di macchine, pesticidi e fertilizzanti.
A Milano, molte di queste questioni negoziali sono state risolte.
Circa la possibilità di includere quei progetti che fossero realizzati con piante geneticamente modificate, nella decisione si affida ai Paesi che ospitano il progetto la facoltà di accettarne l’uso o meno, dopo averne valutato i rischi sulla base delle normative nazionali vigenti.  Questa decisione accontenta da una parte un gruppo di Paesi, con a capo l’UE, che riteneva di dover includere nell’accordo finale un riferimento esplicito al divieto d’uso di piante geneticamente modificate; dall’altra altri Paesi, quali il Canada e il Giappone e i Paesi in via di sviluppo, che si opponevano a tale divieto.