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Industria, tecnologie, infrastrutture

Ultimo aggiornamento: 15/06/2004

Il rischio industriale e le Direttive "Seveso"

Un incendio in fabbrica è un esempio di conseguenza di rischio industriale mal ponderato
Il 10 luglio 1976, a causa d’una esplosione all’interno di un reattore chimico dell’ICMESA, una nube di diossina si abbatté su Seveso in Lombardia.
L’incidente ebbe ripercussioni di tipo sanitario sui lavoratori e sugli abitanti della zona esposti alla nube tossica, di tipo ambientale con la contaminazione del territorio adiacente, e di tipo psicologico per lo stato d’allarme indotto in tutta la popolazione.
La scarsa conoscenza e la sottovalutazione dei rischi derivanti dalla presenza di insediamenti produttivi da una parte e la successiva crescente attenzione alla tutela e salvaguardia dell’ambiente e alla qualità della vita degli individui dall’altra, posero la problematica del rischio industriale al centro del dibattito dell’opinione pubblica italiana ed europea.
L'incidente di Seveso indusse i Paesi aderenti alla Comunità Europea a dotarsi di una normativa diretta a prevenire gli incidenti industriali.
Nel 1982 venne emanata la direttiva comunitaria n. 82/501, nota come direttiva Seveso.
L’Italia recepì tale direttiva sei anni più tardi con il DPR 175/88.
Successivamente, sempre dalla Comunità Europea, viene emanata la cosiddetta direttiva Seveso II (96/82) recepita in Italia con il D. Lgs. 334/99.
Questa seconda direttiva comunitaria ha il pregio d’introdurre diversi elementi innovativi:
  • Rispetto alla normativa precedente prende in considerazione non più la specifica tipologia degli impianti, bensì la presenza di determinate sostanze pericolose, comprese quelle classificate come "pericolose per l'ambiente", in quantità tali da poter dar luogo ad incidenti rilevanti quali emissioni, incendi o esplosioni di grave entità;
  • Sottolinea la necessità di un approccio sistemico al problema della sicurezza industriale, orientando l'attenzione ai fattori gestionali oltre che a quelli tecnici;
  • Introduce la problematica dell’"effetto domino", che potrebbe manifestarsi in aree a forte concentrazione e interconnessione industriale;
  • Introduce la pianificazione ed il controllo dell’urbanizzazione per garantire la compatibilità dell'attività industriale con il contesto territoriale;
  • Sottolinea ulteriormente il ruolo dell’informazione al pubblico quale strumento di prevenzione e controllo delle conseguenze, un’informazione che deve essere tempestiva, comprensibile, aggiornata e diffusa. Sollecita, inoltre, una maggiore partecipazione della popolazione al processo decisionale per i nuovi insediamenti.

Le fondamentali esigenze poste da questo ambito del sistema dei controlli, sulle quali l’APAT si impegna a dare risposta,  sono così schematizzabili:

  1. conoscenza  (entità e distribuzione territoriale dei fattori di rischio legati alle attività industriali);
  2. analisi e valutazione (analisi di sicurezza, valutazione delle conseguenze incidentali, ecc.);
  3. gestione e controllo (analisi dei sistemi di gestione della sicurezza, verifiche ispettive sui sistemi gestione della sicurezza, ecc.);
  4. comunicazione (percezione sociale, informazione, partecipazione dei cittadini).

Tutto ciò si traduce, per ciascuna linea enunciata, in attività dell'APAT sia di studio e sviluppo conoscitivo, anche in termini di elaborazione di criteri, metodologie, modelli, strumenti per l'indagine empirica, sia di supporto tecnico-scientifico alle Autorità responsabili della prevenzione  e del controllo dei rischi industriali e di coordinamento tecnico delle Agenzie regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA).