Ultimo aggiornamento: 29/04/2004
Acque di transizione
Le acque salmastre fanno parte di aree costiere di transizione,
in cui le acque dolci terrestri e salate marine si mescolano, e
costituiscono il passaggio naturale tra terra e mare; per la loro
posizione, al confine tra questi due ambienti, sono
considerati ecosistemi unici e molto produttivi attorno ai
quali gravitano numerose attività antropiche.
I differenti tipi di ambienti di transizione si possono a grandi
linee classificare in: lagune costiere, stagni salmastri, zone di
estuario e altri habitat.
Le lagune costiere, come ad esempio quella di Venezia,
sono state formate dall'azione dei fiumi che trasportano grandi
quantità di sedimenti e dalle correnti che li dispongono
orizzontalmente e parallelamente alla costa, formando un cordone
litorale (insieme di lidi) che racchiude così un tratto di
acque separato dal mare, in cui penetrano sia le acque costiere che
quelle continentali; esso è dominato dalle maree in quanto
comunica con il mare attraverso alcuni sbocchi o foci lagunari.
Gli stagni costieri, come Orbetello, sono specchi d'acqua
costieri, con mescolanza di acque dolci e marine, separati dal mare
da una lingua di terra (cordone litorale, freccia litorale,
tombolo, etc.), che a volte comunicano col mare attraverso stretti
canali; questi sono caratterizzati da bassi fondali e, diversamente
dalle lagune, non sentono l'influenza delle maree pur possedendo
sbocchi al mare.
Altri ambienti sono i canali di drenaggio, baie riparate e
foci di fiumi temporanei.
Le zone di estuario sono quelle in cui le acque dei fiumi
che si uniscono al mare sono influenzate dalle maree con
progressivo mescolamento e presenza di gradienti di salinità
e densità; la differenza di densità tra acque dolci e
marine per gravità produce una stratificazione verticale
della salinità ed un flusso convettivo (circolazione
estuarina).
La variabilità dei parametri fisico-chimici, climatici e
morfologici tra ambienti appartenenti alla stessa tipologia
è però tale che ogni area costituisce un ambiente a
se stante con caratteristiche peculiari difficilmente
generalizzabili e classificabili.
Le lagune costiere sono ambienti molto complessi da analizzare in
quanto vi sono numerosi fattori che concorrono a rendere tali
ambienti molto variabili; la morfologia di ogni singola area
infatti viene influenzata dalle variazioni annuali, stagionali ed
anche giornaliere, sia climatiche (umidità, piogge,
temperatura, venti) che fisico-chimiche (salinità, ossigeno,
composizione ionica). Questi elementi a loro volta si influenzano a
vicenda, definendo particolari condizioni di eterogeneità
spaziale e temporale nelle stesse aree; si vengono così a
creare numerosi gradienti come quello di salinità con
maggiore salinità verso il mare e minore risalendo verso
l'interno del bacino; la variazione è poi più o meno
accentuata a seconda della morfologia del bacino e della presenza o
meno di fiumi e sbocchi al mare.
L'alta variabilità produce ricchezza e diversità di
habitat e di biocenosi e un ambiente tanto produttivo da essere
utilizzato da specie permanenti e migratorie come nursery, per la
protezione che offrono e l'abbondanza di cibo che vi si trova.
La presenza di grandi biomasse con alta produzione primaria e
secondaria rende tali ambienti economicamente importanti dal punto
di vista antropico per la pesca, l'acquacoltura e le altre
attività.
Ambienti fragili, da tutelare
Le acque di transizione, proprio per la grande variabilità e
presenza di diversi gradienti, sono però molto fragili e
soggette facilmente a crisi distrofiche; queste rappresentano il
livello più grave di un lungo processo che inizia con alte
produzioni primarie e di biomassa vegetale, elevato consumo di
ossigeno fino ad arrivare alla completa anossia con produzione di
idrogeno solforato e morie diffuse delle specie in tutti gli
habitat presenti. Ciò avviene generalmente per effetto
sinergico di un insieme di condizioni, che si verificano durante la
stagione estiva e in bacini a basse profondità, quali le
alte temperature e la stagnazione delle acque per scarso ricambio
idrico.
Nonostante questa fragilità, tali aree salmastre hanno la
capacità di tornare, al variare dei fattori sopra descritti,
alle condizioni iniziali dimostrando di essere ecosistemi con una
certa resilienza (cioè la capacità di un ecosistema
di ristabilire le condizioni iniziali in tempi brevi dopo aver
subito perturbazioni anche di notevoli entità) e una
stabilità di fondo dovuta anche agli adattamenti di
carattere fisiologico delle specie che li popolano.
Le specie selezionate per le aree salmastre sono quelle capaci di
sopportare bene gli stress e sono sia caratteristiche esclusive di
questi ecosistemi sia popolazioni di specie appartenenti
all'ambiente marino o dulcacquicolo che hanno sviluppato
adattamenti particolari a queste condizioni.
In casi di stress ambientali, come cattiva gestione o sfruttamento
eccessivo di questi ambienti, sedimentazione eccessiva, aumento del
livello marino e crisi distrofiche, si verifica una diminuzione
qualitativa di specie con perdita di biodiversità e aumento
di individui della stessa specie in modo esponenziale. Lo
sfruttamento non regolato può portare ad aumento di
salinizzazione delle acque e dei terreni circostanti sia a causa
dell'estrazione incontrollata delle acque per l'irrigazione
agricola che determina afflusso di acqua marina per filtrazione,
sia per l'uso di fertilizzanti nelle acque irrigue che vanno ad
arricchirsi di sostanza organica.
Proprio per limitare tale perdita di diversità biologica che
si è verificata nel passato sia per il degrado che per la
scomparsa delle aree salmastre, è nata nel 1971 una
convenzione internazionale, la convenzione di Ramsar, il cui scopo
è proprio la protezione delle zone umide dallo sfruttamento
eccessivo. Una delle aree inserite nelle liste di tale Convenzione
è quella dei laghi pontini (Sabaudia, dei Monaci, Caprolace
e Fogliano), già appartenente al Parco nazionale del Circeo,
nel Lazio. Altre aree umide d'interesse in Italia facenti parte dei
150.000 ettari di ambienti lagunari presenti, sono sempre nel Lazio
nella Piana di Fondi il Lago Lungo e il Lago di Fondi oltre alle
aree protette di Burano e di Orbetello, la Laguna di Venezia, di
Grado e Marano e molte altre.
Negli ultimi anni in Italia e in Europa si è compresa
l'importanza di questi ambienti, recentemente inseriti a livello
nazionale nella nuova normativa italiana sulle acque
(D.lgs
152/99) e a livello europeo nella Water Framework Directive
(
2000/60/Ce), nelle quali è prevista un'azione di
controllo della qualità ambientale di tali aree e una
regolazione delle attività umane su questi ambienti.