Ultimo aggiornamento: 06/05/2004
I trattamenti biologici
Tecnologie convenzionali
Attualmente in Italia esistono circa 10.000 impianti di depurazione
sparsi su tutto il territorio (censimento NOE 1998). Il sistema
tecnologico più utilizzato e diffuso, in modo
particolare per impianti di potenzialità medio-alta,
è quello a fanghi attivi o a biomassa sospesa. La
comunità microbica agisce all'interno della vasca di
ossidazione, un reattore biologico alimentato dal refluo ed aerato
artificialmente, di solito seguito da un unità impiantistica
denominata sedimentatore, che provvede alla decantazione e quindi
alla separazione per gravità delle particelle sedimentabili
del fango dalle acque. Generalmente nella vasca di ossidazione non
giunge il liquame grezzo, bensì pretrattato attraverso
sistemi di grigliatura e sedimentazione primaria. Altri tipi di
tecnologie prevedono l'utilizzo di biomasse adese su particolari
supporti fisici ad elevata superficie specifica, come i biodischi o
il "medium" dei letti percolatori, ove la biomassa si sviluppa,
cresce e si rinnova svolgendo la sua attività depurativa. In
base alle esigenze qualitative del refluo in uscita e per il
rispetto degli standard di legge previsti per lo scarico, in molti
casi l'effluente proveniente dal trattamento biologico o dalla
sedimentazione secondaria può essere sottoposto a
trattamenti di finissaggio e disinfezione finale.
I sistemi di depurazione possono essere classificati in base al
livello di trattamento dei reflui, cioè in base a quanto
è "spinta" la depurazione delle acque.
Tecnologie a ridotto impatto ambientale
I sistemi di fitodepurazione e lagunaggio sono definiti dalla
normativa sistemi depurativi "naturali". Essi sono in realtà
impianti artificiali appositamente progettati e costruiti secondo
regole ingegneristiche, per riprodurre i processi autodepurativi
caratteristici delle aree umide naturali. Secondo la pratica
comune, il termine "naturale" o "a ridotto impatto ambientale"
è usato per distinguere questi sistemi dalle tecnologie
convenzionalmente applicate ai reflui urbani (sistemi a biomassa
sospesa e adesa).
Laddove il contesto ambientale lo consenta può risultare
opportuno il ricorso a queste tecniche di depurazione, suggerite
dallo stesso D.Lgs. 152/99 come trattamenti appropriati per
insediamenti con popolazione compresa tra 50 e 2000 abitanti
equivalenti. Inoltre, sempre su indicazione della normativa, tali
trattamenti si prestano, per gli insediamenti di maggiori
dimensioni, anche a soluzioni integrate con impianti a fanghi
attivi o a biomassa adesa, a valle del trattamento, con funzione di
finissaggio dell'effluente.
Di fatto, l'applicazione della fitodepurazione rappresenta
un'alternativa vantaggiosa, non solo dal punto di vista ambientale,
ma anche economico. Infatti, soprattutto in zone rurali in cui non
è possibile prevedere l'allacciamento alla pubblica
fognatura, le soluzioni proposte sono spesso onerose e non sempre
garantiscono un adeguato trattamento dei reflui con il rischio di
inquinamento delle falde (come nel caso di pozzi assorbenti o delle
sub-irrigazioni).
Il principio di base del processo prevede la coltivazione di piante
acquatiche su un idoneo terreno di coltura (naturale o
artificiale), e si basa sui principi estrapolati dall'ecologia
degli ambienti palustri più o meno saturi di acqua. Gli
elementi inquinanti, elaborati e trasformati all'interno
dell'ecosistema, diventano sostanze nutritive per le piante
coltivate. Tale processo consente di restituire all'ambiente acqua
depurata.