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Conferenza Clima. Caracciolo (APAT): ecco i risultati dei workshop

“Il lungo cammino verso la Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici è stato costellato da workshop preparatori, aventi come finalità l’individuazione di criticità utili alla progettazione e all’approntamento delle strategie di azione”, ha dichiarato Roberto Caracciolo, direttore di Dipartimento dell’Apat. “Questi eventi – ha proseguito - hanno impegnato varie realtà territoriali: le Agenzie regionali hanno dato un importante contributo, mettendo insieme capacità e competenze e raccogliendo intorno a un tavolo numerosi esperti.”
Molteplici e significativi i temi dei workshop, scelti in funzione delle vulnerabilità nel territorio italiano.
“Il problema della desertificazione è strettamente connesso ai cambiamenti climatici: questo il punto di partenza del workshop di Alghero, da cui è emerso che oltre il 50% del territorio nazionale è a rischio. Le zone interessate dalla desertificazione sono soprattutto al Sud – ha spiegato – e, in particolare, preoccupa la situazione di Sardegna, Puglia e Sicilia”. È in quest’ultima regione che è stato, invece, organizzato l’evento dedicato all’ambiente marino e costiero. “L’Italia è immersa nel Mediterraneo, con i suoi 8300 km di coste, di cui ben 4000 di tipo sabbioso e probabilità di erosione di almeno 1500 km e perdita di suolo e spiagge. Il Mar Mediterraneo - è stata la riflessione di Caracciolo – ha sinora mantenuto un livello inalterato, ma le aspettative, secondo le stime dell’Ipcc, fanno pensare a un innalzamento di circa 38 cm nei prossimi anni. Sono ben 33 le pianure costiere a rischio e 4500 i km quadrati di coste a rischio allagamenti”.
Crescono, si è appreso nel corso del workshop dedicato al rischio idrogeologico, tenutosi a Napoli, i casi di piogge violente in archi temporali sempre più ravvicinati, su un territorio arido che poco si presta alla dispersione, con conseguente intensificarsi di frane e alluvioni.
Saint Vincent è stato lo scenario di un convegno incentrato sulle problematiche che, in seguito all’acuirsi dei cambiamenti climatici, interessano gli ambienti nivo - glaciali. “In Italia si trova oltre il 30% del territorio alpino – ha commentato Caracciolo - le superfici glaciali si sono dimezzate, si assiste alla progressiva perdita delle biodiversità e al significativo impatto di tipo economico su vari settori, tra cui, in primis, il turismo”.
Il workshop di Parma ha permesso di fare il punto sulla situazione del bacino del Po: l’innalzamento delle temperature ha un impatto forte e preoccupante sull’area, che copre ¼ della superficie nazionale. Si stima un’importante diminuzione della portata del fiume Po, che nel luglio 2007 era a quota 391 metricubi, contro i 1156 della media.
Un aspetto che richiede estrema attenzione è quello riguardante gli effetti sulla salute umana dei cambiamenti climatici in corso: “Per ogni grado di temperatura in più, si stima, esiste un’aspettativa di aumento del 3% di mortalità”.
Quali gli scenari futuri ci aspettano, pertanto? “Una diminuzione dal 30 al 70% dei ghiacciai entro il 2100, meno precipitazioni nevose, sempre più frequenti eventi siccitosi che, pertanto, passerebbero da 1 ogni 100 a 1 ogni 50 anni. Entro il 2070, la portata dei corsi d’acqua potrebbe diminuire di oltre l’80%”.
Non poche le conseguenze anche sulle biodiversità, la cui conservazione risulta essere sempre più indispensabile. “Nell’ultimo secolo – ha spiegato Caracciolo - le specie vegetali si sono spostate verso quote più elevate ed è aumentata la durata di crescita delle colture. Entro il 2080, si stima una perdita delle specie vegetali montane del 62%, una diminuzione del 20% delle aree umide costiere, un calo della produttività agricola europea e, in particolare, di legumi, girasoli e tuberi.”